;VILLA AGOSTINI;

L’ORATORIO DI VILLA AGOSTINI

 

 

Immerso nel parco romantico di Villa Agostini si trova l’oratorio, oggi intitolato alla Beata Vergine del Rosario, più volte ridenominato nella sua lunga storia. Si presenta come un piccolo edificio a pianta rettangolare in stile neoclassico, dal quale si alza un campanile quadrangolare con tetto in rame, a forma di cupola. Il prospetto principale è allineato al muro di cinta del giardino, affacciato sulla pubblica via, una porta aperta allo spirito di coloro che vivevano in villa e degli abitanti delle Colombere in Cusignana.

La facciata della “chiesetta” é architettata su quattro colonne doriche complete di basamenti e capitelli, questi ultimi sormontati da un architrave e da un timpano. Completano la composizione una piccola finestra ovale, ricavata nel timpano, un rosone più elaborato posto sopra la porta d’ingresso, la cornice della stessa, le due finestre che si aprono tra le colonne e le due panche in pietra alloggiate subito sotto.

  

All’interno della “chiesetta” il soffitto é decorato a stucchi, sul quale é rappresentata l’Assunzione di Maria, caratterizzata dal celeste del cielo e dal bianco delle figure, plasmate in un delicato rilievo. La figura della Vergine é ritratta mentre salendo al cielo, porge un rosario a S. Giovanni Battista e riceve l’alloro da un Angelo. San Giovanni è raffigurato con le sembianze del fanciullo e quelle del discepolo che regge con la mano sinistra il Vangelo e con la destra la palma.

Secondo le notizie storiche riportate nell’Archivio Parrocchiale di Cusignana, nel 1572 Girolamo e Alessandro Tiretta costruiscono un oratorio nel parco della villa di proprietà, dedicandolo a S. Giovanni Battista. Trascorre tutto il ‘600 in mancanza di altre annotazioni e giungiamo al 22 settembre 1726, quando il Vescovo Zacco consacra la nuova chiesa di Cusignana e soggiorna in paese due giorni, durante i quali trova il tempo per visitare l’oratorio di Villa Tiretta, a quell’epoca ancora dedicato a S. Giovanni Battista. Questo primo edificio andò distrutto verso la metà del ‘700.

Il 1747 é probabilmente l’anno nel quale l’oratorio viene ricostruito con le forme attuali e dedicato all’Assunta. Nel 1792 i Tiretta cambiano nuovamente l’intitolazione da Assunzione a Sant’Antonio da Padova, per non generare confusione con l’omonima sagra estiva della Pieve di Cusignana.

 

Trascorrono diversi anni ed il 1 ottobre 1837, si registra la visita pastorale del Vescovo Sebastiano Soldati, che si reca presso l’oratorio Assunzione di Maria della famiglia Agostini, giudicandolo “molto bello e ben tenuto”. Il 12 marzo 1858, si chiede al Vescovo, di celebrare messa e di ottenere l’indulgenza plenaria, nell’oratorio divenuto Agostini nel 1818.

Durante la I^ Guerra mondiale il 4/6 novembre 1917, la chiesa di Cusignana viene occupata dai soldati. Da questo momento fino alla Pasqua del 1818, la messa si celebra negli oratori di San Rocco e in quello della B. V. del Rosario di Villa Agostini. Nel 1925, il Vescovo Longhin visita l’oratorio constatando i danneggiamenti inflitti dalla guerra, e l’avvio del suo restauro.

Ci piace ricordare che dall’inverno del 1943 alla fine della guerra, questo spazio è stato utilizzato come studio da Bepi Mazzotti. Una delle personalità di maggior spicco della cultura veneta contemporanea, fu storico dell’arte, scrittore, fotografo, giornalista, alpinista. Secondo le testimonianze, proprio in questo periodo il Mazzotti ha impresso un forte impulso allo studio e alla catalogazione delle Ville Venete.

“…bisogna almeno trovare il modo di rallentare al massimo la distruzione di un mondo in cui siamo nati e vissuti, che ci ha nutrito e che potrebbe continuare a nutrirci spiritualmente…” 

Bepi Mazzotti 1970

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VILLA AGOSTINI DA FRANCESCO I D’AUSTRIA AI GIORNI NOSTRI

Di Giuliano Rizzi

E arriviamo al giorno di sabbato ventuno, 21, del mese di Febbraio milleottocento, e diciotto, Regnando Francesco I Imperatore d’Austria, oltreché d’Ungheria, e di Boemia

Il Nobile Sig. Conte Giuseppe Tiretta del fu Giovanni desiderando di liberarsi da varie passività iscritte nell’Ufficio di Conservatoria delle Ipoteche in Treviso a di lui debito, si è determinato di passare alla alienazione degl’infrascritti beni parte di antica origine della di lui Famiglia pervenute in esso come erede, a successione dei suoi Maggiori, parte proveniente dalla eredità… Con questo atto viene ceduta al dottor Antonio Agostini, con l’avvallo del padre dottor Ambrogio e della madre Amalia Gazzabin, la Villa con l’Oratorio, case coloniche e fondi arativi, vitati e prato costituente corpo unico per cento pertiche trevigiane più altri venti appezzamenti staccati come minuziosamente descritto da Giovanni Ghirlanda nella perizia e nel relativo disegno, che accompagnano l’atto.

Tipo visuale, ossia disegno atto di cessione 1818

Alla Villa, come già richiamato precedentemente, il Ghirlanda ha dedicato una particolare descrizione dello stato di fatto e dei lavori che l’Agostini in essa ha anticipato a sue spese.

Ci dice di un avanzato degrado che obbliga ad impegnativi interventi di restauro per recuperare l’antica dignità architettonica; abbiamo riconferma della valenza che le si attribuisce come centro dell’attività agricola tale da meritare rinnovati impegnativi investimenti finanziari e da essere eletta a residenza stabile. Ha inizio la seconda fase, quella moderna, della lunga avventura di questo luogo della campagna veneta.

Il passaggio di proprietà precede di ventiquattro anni il Catasto Austriaco, che succede a quello Napoleonico dopo mezzo secolo, e dove, negli elenchi delle partite i mappali sono volturati a nome di Agostini Antonio: nella cartografia di Stato compare il nuovo assetto proprietario.

Estratto dal Catasto Austriaco –1842

Passano altri cinquant’anni e si arriva all’Impianto del Catasto Italiano: alla ditta Agostini Francesco e Luigi fratelli sono intestati anche i mappali 7,10,11,31 che completano la proprietà a sud della strada nella consistenza ancora oggi visibile; quello di una azienda funzionalmente ed omogeneamente dimensionata attorno al “centro edificato” ed estesa ora quasi simmetricamente ai quattro punti cardinali.

La vitalità che ha accompagnato la sopravvivenza nei quattro secoli vissuti da questo singolare evento agricolo-architettonico, osservata anche nel modificarsi della possessione, descrivono una strategia che ha difeso (ampliando) la continuità del contorno alla Villa.

La succinta esposizione, per altro appoggiata alla documentazione disponibile, dimostra la necessità di tutelare e conservare anche gli eventi di costume e di vita (la storia) che avvolgono il “monumento” e che hanno contribuito a disegnare il suo Ambiente da interpretare nella più ampia accezione.

La Villa, come si è cercato di documentare, non è solamente “Architettura” così come non è solamente “Paesaggio” il giardino con i suoi alberi secolari; essi necessitano di essere integrati da valenze immateriali che stanno nella loro origine e nella loro ragione d’essere e che, in questa occasione si materializzano nei campi coltivati.

Si può afferrare un continuum ideale dove si riassume l’intera vicenda di questo sito avviato dai Tiretta e gestito con eccezionale carica innovativa, da quasi duecento anni, dalla nuova proprietà; un continuum che definisce la misura non alterabile del rapporto biunivoco fra la casa e la sua campagna.

Lo si difenda con rigore dalla frenesia di un ”FARE” privo della coscienza di agire in ambienti carichi di valori storici ed estetici che richiedono solamente di essere gelosamente custoditi.

Salviamo Villa Agostini, dalla frenesia di un “FARE” troppo spesso ignorante e distruttivo!

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VILLA AGOSTINI DALLE RILEVAZIONI DEL CARTOGRAFO SPINELLI AL CATASTO NAPOLEONICO

Di Giuliano Rizzi

Veduta aerea del complesso architettonico di Villa Agostini

Il decreto ministeriale di attribuzione di interesse particolarmente importante del 1925 si rivolge al complesso architettonico ed al giardino circostante.

Il valore architettonico è dato dalla stupefacente misura delle proporzioni giocate fra i corpi di fabbrica; il ritmo tripartito fra casa e barchesse; il rapporto 1:2 della facciata centrale a sua volta tripartita dalla struttura dell’edificato, al modo del gotico veneziano; il peso compositivo dello scalone di accesso al piano della residenza dove si “celebra” la trifora che consente al Salone di spalancarsi alla prospettiva della campagna coltivata.

L’attenzione del presente articolo, invece, si rivolge alla vicenda agricola di questo luogo, nella sua continuità temporale, come evento iniziato presumibilmente nella seconda metà del XV secolo da una famiglia di nobili trevigiani che ritengono necessaria la diretta presenza sui fondi e ne decidono una profonda ristrutturazione.

I Conti Tiretta risultano essere stati elevati, per ragioni politiche, dai Carraresi sulla fine del XIV secolo; si ha notizia che nel 1450 furono ammessi al collegio dei Nobili di Treviso.

A tutt’oggi non si è reperita documentazione sull’origine della proprietà e sull’inizio dei lavori di innovazione gestionale che vede il trasferimento, anche solamente stagionale, della presenza abitativa. L’evento architettonico suggerisce una collocazione a cavallo dei secoli XV e XVI; di qualche decennio dovrebbe precedere la riorganizzazione del fondo.

E’ il 1680 quando l’agrimensore Giovanni Battista Spinelli viene incaricato dalla Serenissima di misurare le terre coltivate e rilevare lo stato delle “cose” per l’applicazione dei tributi. Sono rilevati, riportati e numerati in mappa i confini di proprietà. La rilevazione è accompagnata dalla descrizione dello stato dei luoghi che viene raccolta in appositi “libretti dei perticatori” dove la identificazione viene completata con la indicazione delle proprietà confinanti.

Estratto dalla rilevazione Spinelli 1680

Al numero 49 leggiamo Nobile Signor Alvise Tiretta brollo seratto di muro APV et parte PP con il Pallazzo sopra et casa colonica tutta di coppi) confina levada Reverendissima Habbatia di Nervesa et Reverendissimo del Duomo di Treviso et Nobile Signor Tiretta, mezzodì et pomerigio strada et tramontana terra di questa ragione cioè il Padre a carta 174 et A.P.V. carta 24 et 243 et li cortili con li fondi della case et horti carta 2 tutto… Il Pallazzo domina la sua azienda che si estende a levada, mezzodì, sera e tramontana.

Trentadue anni dopo (1712) un altro agrimensore, Zuanne Rizzi, riceve il medesimo incarico; abbiamo precedentemente visto la rappresentazione della Villa con il corpo centrale emergente, lo scalone, le barchesse e la torre colombaia “sul lato di sera”

Estratto dalla rilevazione Rizzi 1720

La Villa è al mappale103 che il Rizzi così descrive: Il Nobile Signor Gio. Batt Tiretta, ha un corpo de beni dalla qualità et quantità come segue cioè

Prima la casa ossia Palazzo Dominical con suo cortivo et brolo prativi arativi et videgà che non si stima

Confina a mattina Nobile Signor Gerolamo Tiretta a Mezzodi l’Abbazia di Nervesa e strada comunale a monte detto Nobile Sig. Gio. Batt. Col numero 103A in loco detto alle Colombere nel qual Corpo di Terra vi è la Casa da Coloni, Affitta: Antonio Zanatta.

Fra i proprietari compare un altro Tiretta, Giobatta; la presenza di famiglia alle Colombare si espande mentre si conferma il perimetro attorno al Palazzo Dominical

Estratto dal Catasto Napoleonico

Il successivo catasto napoleonico di inizio secolo XIX avvia il disegno del territorio sostanzialmente come lo vediamo riprodotto ancora oggi. Nel sommarione si registrano con ordine i mappali iscritti a Tiretta Giuseppe. In quel di Cusignana si ufficializza un evento agricolo che con i suoi cinquecento anni di anzianità conferma prepotentemente la architettura organizzativa e gestionale dell’impianto che vuole la casa dominicale, Villa Agostini appunto, come ombelico nevralgico.

Salviamo Villa Agostini!!!

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LA CONCESSIONE DELLA BRENTELLA A CA’ TIRETTA

Cinquecento anni di storia di Villa Agostini Tiretta e dell’azienda agricola Le Colombere che la circonda. Un’avventura affascinante documentata nell’archivio di Stato di Venezia. Nell’articolo “Millecinquecentosesantuno: la contesa dell’acqua” pubblicato in questo portale, abbiamo raccontato la controversia che vide opposti il cavalier Battista Tiretta ed i Frati della Certosa di S. Maria e Gerolamo del Bosco del Montello. Questi ultimi lamentavano una portata d’acqua insufficiente per il funzionamento del loro mulino, situato ai piedi del Montello in località Nervesa, provocata a loro giudizio, dal boccaruol in Selva del Montello, la derivazione d’acqua realizzata dal cavalier Tiretta.

Da origine al contenzioso ed al ricorso presentato dai Frati direttamente al Senato in Venezia, la concessione della Brentella a ca’ Tiretta, documento che pubblichiamo di seguito, completo della trascrizione, curata dalla dott.ssa Viola Carini.

“1562, die jovis quinto mensis martii. Congregato honorabili collegio spectabilium dominorum deputatorum super aquis Plavicellae de mandato spectabilium dominorum presidentium ipsius collegii in thalamo palatii abitationis spectabili domini vicarii ad praesentian spectabilis et excellentis doctoris domini Nicolai de Guertiis dignissimi vicarii vicepresidentis ac locumenentis clarissimi domini Andreae Cornelio pro illustrissimo ducali dominio Venetiarum dignissimi potestatis et capitanei tarvisii (…) Noi Aurelio Solico et Francesco Cambio dottori et Francesco

Gandin nodaro, deputati presidenti sopra l’officio delle aque in questo territorio et suo spettabile collegio, essendo per debito del officio nostro et esecution di parte presa in questo collegio, andati a veder più volte et far esperentia como et in che luogo et con quanta portione di acqua si possi accomodar il luogo del magnifico cavalier Tiretta in villa de Cusignana alla Columbara como nella suplica, refferiamo tutti concordi aver veduto et considerato esso luogho situato nelle ville del Montello ma lontanissimo da ogni acqua, ita che a volervela condure si fa strada de tre miglia di paese in circa, como per livellationi fatte et esperentia anchora sia visto, la qual conduttura sarà di gran benefitio a tutto quel paese, per esser del tutto privo di acqua, et assai cortili se ne valerano di abbeverar et altri si può creder se ne farano con questa comodità, da che ne risulterà pubblico beneficio senza danno considerabile di alcuno. Onde per oppinione et giudicio nostro dicemo la quantità di acqua a commodo di abbeverar tanto paese et adimpimento della concessione precaria over gratia di esso magnifico cavalier dover esser di tre onze e meza in luse per quadro fatto in una pietra viva con un cerchio de ferro incassato et ben commesso ita che non si possa versar più altra acqua.”

Ai giorni nostri, troppo spesso, chi deve decidere se autorizzare un’opera pubblica, non esce in sopralluogo per sincerarsi di persona dello stato dei luoghi. Di diverso avviso, i dottori Aurelio Solico e Francesco Cambio, accompagnati dal notaio Francesco Gandin, si recarono più volte in Selva del Montello e in località Columbara, l’attuale azienda agricola Le Colombere. Essi verificarono la veridicità della supplica del cavalier Tiretta, indicarono la soluzione al problema della siccità che colpiva duramente quelle aree e come leggeremo nella prossima pagina del manoscritto, evitarono di compromettere il vitale servizio a coloro che risiedevano a valle.


“Il qual boccaruol sia fatto a ritto filo del alveo sulla Brentella superior del Montello in villa de Selva a man destra venendo in giù della strada che passa avanti il cortivo de messer Zambattista Bassanin nodaro, con un perfilo di pietra viva, a ciò non si possi né levar né abbassar il livello de quella, né restringer, né ristagnar l’acqua più di quello è al presente.”

Il Collegio delle acque della Piavesella pone complete e chiare regole che il privato, in questo caso il Tiretta, dovrà seguire nella costruzione del nuovo canale. La concessione viene rilasciata, ma a precise condizioni, alcune particolarmente gravose per il Tiretta, e come in uso allora a carico dei suoi discendenti. Il Collegio stabilisce infatti che: “Le quali tutte cose siano fatte a spese di esso magnifico cavalier, il qual abbi etiam carico di far tener l’arzere per quanto tien tutta detta strada et pertinientie sue inconcio, ita che non derivi più acqua della ditta Brentella in quel nuovo alveo, etiam che fosse bisogno far un ponte a ciò li carri non roddano l’arzere di essa brentella nè possi essere alterata né guastata né impedita dal conduttura di acqua da alcuna persona sotto pena di lire 25 toties quoties, et se per esso magnifico cavalier, il che non pensamo, over sui successori, fosse alterato il detto boccaruol, over rotti li argeri, siano puniti in doppia pena, riservate tutte le giurisditione et autorità di questo spettabile Collegio et sui deputati (…)”.

Perciò si autorizza la nuova derivazione, si nomina diretto responsabile il Tiretta per la sua corretta gestione, d’altra parte il Colleggio si riserva tutti i poteri al fine di garantire un’accorta regimazione delle acque:


“secondo le occorentie delli tempi et massime per l’utilità publica la quale si deve preponer a tutte le private affittioni.

Qua scriptura lecta et considerata posita fuit pars quod at provetur oppinio ipsorum spectabilium dominorum presidentium descricta in ipsa scriptura et gratia concessa praedicto magnifico D. (domino) Baptistae Tireta Equiti sit et Intelligatur de quantitate et cum omnibus condictionibus in ipsa supra scipta scittura expressis et declaratis.

Qua pars bollata in ipso collegio capta fuit per omnes decem ballotas prosperas, nulla in contrarium existente. (…)”.

E’ vero, sono passati circa cinquecento anni da quel giorno ma, pensiamo per un attimo come sono definite le concessioni di un pubblico servizio oggi. Non trovate ad esempio che le concessioni autostradali sono sbilanciate a favore del privato?

Secondo gli esperti, i cittadini pagheranno la superstrada veneta tre volte:

-       la durata della concessione alla spagnola SiS é stimata in almeno 47 anni, in luogo dei 30 anni della media europea;

-       l’importo dei lavori é incerto come è incerto il prezzo che la Regione Veneto dovrà versare in conto gestione al privato;

-       per quanto riguarda il prezzo del pedaggio, esso si sta già rivalutando, ad un tasso pari all’inflazione annua, aumentato del 10%.

Si salvi chi può!

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GLI AFFRESCHI DEL SALONE E DELLE CAMERE DEI PUTTI NERI

Nel precedente articolo, quello in cui è descritta la facciata affrescata di Villa Agostini Tiretta, la dott.ssa Di Lenardo ha posato lo sguardo sui mascheroni a testa d’alce, che decorano le vele formate dalla caratteristica trifora, affacciata sullo scalone.

Varcate le porte, ci si trova nel salone al piano rialzato, sorvegliato da due mascheroni a testa di leone affrescati sulla parete interna, in corrispondenza di quelli a testa d’alce dell’esterno. Il salone attraversa l’intera pianta del corpo centrale della villa, da sud-ovest a nord-est, inondato di luce naturale che penetra appunto dalla trifora in facciata e da quella che si apre a nord-est.
L’originaria partitura decorativa ad affresco, dell’inizio del XVII secolo, é visibile sebbene, molte sono state le integrazioni a secco con velature, sia sulla pellicola pittorica, sia sulle lacune, condotte intorno agli anni sessanta.

“Le lunghe pareti est e ovest sono interamente percorse da un motivo decorativo continuo: sopra un basamento si ergono colonne corinzie a monocromo che, a intervalli regolari, scandiscono l’alternarsi di aperture paesistiche con rovine.

Un fregio in ocra, composto da puttini e girali animati, corre lungo l’imposta delle travature lignee del soffitto. Sopra le porte, timpani e targhe a monocromo con personificazioni, fra cui si riconoscono Cronos e un Fiume, entro campiture a finto marmo.

La decorazione dell’ambiente (…) presenta numerose dipinture a secco – riconducibili a epoche successive la stesura originaria – caratterizzate da festoni, cartigli con personaggi e riquadri con figure entro un paesaggio. Pure qui corre un fregio sotto le travature lignee. Meglio apprezzabili i riquadri con i paesaggi di gusto veronesiano, ancora diffuso nel XVI secolo.” (“Gli affreschi nelle ville venete, Il Seicento” – Istituto Regionale Ville Venete, Fondazione Giorgio Cini, Marsilio Editori).

Le camere dei putti neri

Secondo la dott.ssa Di Lenardo, il ciclo di affreschi delle camere dei putti neri sono da attribuire, tenendo conto dei riferimenti iconografici, ad un pittore della scuola veneta, non meglio precisato, della seconda metà del XVII secolo. Nuovi studi sugli affreschi delle camere dei putti neri potrebbero spiegare la loro particolarità. Rappresentano, infatti, un vero e proprio unicum nel territorio della Marca e quasi del tutto a livello nazionale.

Una camera è stata restaurata negli anni sessanta, mentre risale al 2006 il restauro delle pareti affrescate dell’altra camera dei putti neri che si trova a nord-est, nel corpo centrale della villa. Quest’ultimo restauro è stato curato da Marco Masobello, direttore tecnico della Società di restauri DMC di Villorba.

“L’intervento – prosegue la dott.ssa Di Lenardo – ha riportato in luce da sotto lo scialbo molte parti di decorazione, consolidandole. Successivamente si è provveduto a riequilibrare la cromia degli affreschi intervenendo con integrazioni ad acquerello.

Numerosi frammenti si possono ancora vedere sulle pareti nord, est e ovest.

Una cornice monocroma con un motivo vegetale intrecciato inquadra pannelli verticali rettangolari: all’interno, grandi medaglioni con vedute urbane, forse dal vero, entro cornice, sormontati da cartigli con figurette caratterizzate da un insolito colore nero.”

“Puttini che reggono festoni: è ben visibile un fregio sull’ultima porzione di parete prima di incontrare le travature lignee in cui numerosi putti si avvicendano con un ritmo serrato su cavallucci, mentre rovesciano cornucopie e danzano.” (“Gli affreschi nelle ville venete, il Seicento”).

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Millecinquecentosessantuno: la contesa dell’acqua

Nel presente articolo, riportiamo la relazione storica redatta dall’arch. Giuliano Rizzi e dalla dott.ssa Viola Carini. “Il fortunato recupero di alcuni documenti datati agli ultimi decenni del XVI secolo, conservati nell’Archivio di Stato di Venezia, ci aiutano a testimoniare di una impegnata attività gestionale dei fondi agrari di Villa Agostini, a partire dalla metà del ‘500.
E’ del 29 novembre del 1561 la domanda (supplica) di Battista Tiretta, al Collegio delle Acque della Piavesella in Treviso, per avere in concessione un boccaruol (presa d’acqua), dal canale che da oltre cento anni porta acqua fatta derivare dal Piave, per rimediare all’aridità di quella parte della Marca Trevigiana.

………et ritrovandomi io Battista Tiretta cavalier una assai grossa possessione in loco ditto alla Colombara sulla quale ho già edificato molte habitationi, si per uso mio como delli coloni et animali suo, li quali sono in grandissimo numero, et essendo questo loco di sua natura aridissimo senza pur una goccia di acqua se non quella che viene dal cielo mi è convenuto far fare una cisterna, non essendomi riuscito un pozzo profondissimo il quale prima havea fatto fare con non poca mia spesa, aciò che gli huomeni et gli animali non muorino dalla sete……

Il 5 marzo del 1562 i Componenti del Collegio concedono di costruire un boccaruol sull’alveo della Brentella Superiore del Montello a spese del Tiretta.

Il 10 di aprile si verbalizza la posa della prima pietra, ma subito dopo i Frati della Certosa di S. Maria e Gerolamo del Bosco del Montello si oppongono alla realizzazione della presa e presentano ricorso direttamente al Senato in Venezia, lamentando che viene loro sottratta l’acqua per il funzionamento del mulino.

Viene istruito un processo che inizia il 20 di agosto del 1562; sono verbalizzate molte testimonianze; non c’è traccia della sentenza finale anche se la continuità nel tempo delle liti sull’uso e sulla difesa del possesso dell’acqua del Brentella e la prosperità della grossa possessione non dovrebbero lasciare dubbi.

Il due di giugno del 1594 Alvise Tiretta intima a tutti gli abitanti del circondario il divieto di rompere gli argini e di prelevare acqua di sua proprietà; e ancora (26 agosto 1639) ulteriori contestazioni sul boccaruol, abusi dei contadini, citazioni in giudizio.

Le liti continuano e nel 1718 si arriva alla emanazione di un nuovo proclama per confermare l’antica SENTENZA SALOMONA emanata dal Podestà di Treviso Michiel Salomon che disciplinava l’uso delle acque del Brentella ed il diritto delle Comunità (Ville) situate a valle di ottenere derivazioni.

Impressiona il ruolo vitale e nel contempo drammatico da sempre giocato dall’uso e dalla disponibilità delle acque; ma qui merita di cogliere la vivacità della presenza di uomini e animali ed il protagonismo esercitato dalla proprietà negli interventi di finanziamento e di tutela  degli interessi investiti sul fondo”.

Il canale della Brentella


La grande opera irrigua decisa nel 1436 dal Senato Veneto, e realizzata in quindici anni a spese delle comunità e dei privati direttamente interessati, è evento condizionante della vita di quel vasto territorio compreso, nella classificazione della Repubblica Veneta, nella Campagna di Sopra, in una parte della Campagna di Sotto ed in alcune piccole porzioni del Quartier al di qua del Piave e della Podesteria di Asolo e Castelfranco. Al centro nord era la Pieve di Montebelluna.

Questo grande intervento artificiale modifica sostanzialmente la natura arida dei luoghi, ne innova il paesaggio ed i modi di insediamento umano.

A Pederobba viene aperta una presa dal Piave che alimenta il canale chiamato indifferentemente Brentella, Piavesella, Piavesella Grande. Sotto Crocetta si divide in due rami: uno scende per Caerano e Montebelluna, l’altro, quello di sinistra che porta solo un quinto della portata disponibile, è il nostro Canal del Bosco che corre ai piedi del Montello sino a Giavera.

Lo scontro, apertosi non appena l’acqua si rende disponibile e che durerà sin quasi al secondo dopoguerra, fra uso irriguo ed uso energetico è il filo conduttore dell’intera storia ambientale (il territorio) dove si è svolta l’avventura di Villa Agostini.

L’attenta lettura della concessione permette di localizzare sul disegno qui riportato il punto del boccaruol oggetto del contendere. Nel dettaglio ingrandito è leggibile l’annotazione CONTENCIOSO, l’ubicazione del Molino dei Frati e l’immagine della Villa.


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Apollo trionfa sul serpente Pitone nella facciata di Villa Agostini


Nel presente articolo riportiamo uno studio condotto dall’Istituto Regionale per le Ville Venete e la Fondazione Giorgio Cini, pubblicato nel volume “Affreschi nelle Ville Venete del Cinquecento”.
Poiché la lettura del ciclo di affreschi della facciata di Villa Agostini Tiretta risulta complessa, causa il loro stato di conservazione, la dott.ssa Isabella di Lenardo compie una ricerca bibliografica e un’analisi visiva per suggerirne un’interpretazione.


Facciata a sud del corpo centrale.
“La ricca partitura decorativa originaria della facciata del corpo principale della villa è difficilmente leggibile. L’intenso degrado apportato dall’abrasione di agenti atmosferici ha cancellato quasi del tutto la cromia degli affreschi, di cui sono rimaste solo le profonde scanalature del disegno riportato a chiodo e a mano libera.
In facciata si sviluppa una complessa cornice architettonica scandita da finestre e porte, all’interno della quale si inseriscono riquadri con alcuni episodi narrativi in cui si distinguono, seppur con molta difficoltà dei personaggi.
Un finto bugnato caratterizza lo zoccolo basamentale (Chiovaro, in Ville Venete: la Provincia di Treviso 2001 p. 241) del pianoterra, su di esso si innalza una serie ripartita di colonne corinzie all’altezza del piano nobile, in corrispondenza della gradinata d’accesso, che scandiscono due grandi pannelli rettangolari decorativi disposti fra le finestre e ulteriori riquadri affrescati nella parte inferiore. Esse sorreggono altresì un ricco fregio formato da piccoli riquadri decorati: a sinistra sono disegnati ignudi femminili, a destra i maschili, che si alternano alle semplici finestre (Chiovaro, 2001).
Nelle vele di risultanza dei tre grandi archi d’accesso sopra la scalinata compaiono dei mascheroni a testa d’alce. L’intero nucleo concettuale e narrativo della facciata sembra insistere sulle storie di Apollo, più chiaramente leggibile nei due grandi riquadri del piano d’accesso e più difficilmente nei riquadri sotto le quattro finestre disposte simmetricamente.

Procedendo da sinistra nel primo riquadro è rappresentata la nascita di Apollo. La figura femminile accasciata con le ginocchia piegate è la madre Latona, innanzi a lei compare un’altra figura accucciata con le braccia protese verso il frutto del parto. In primo piano una lira da braccio che richiama la vocazione musicale del nascituro.

Nel secondo riquadro due figure maschili disposte simmetricamente e sedute, si fronteggiano in ciò che potrebbe essere identificato come la contesa musicale fra Apollo e Marsia o Apollo e Pan.

Nell’ultimo riquadro a destra Apollo bambino è accudito da un corteo di divinità non meglio identificate.


Nel grande pannello a sinistra è raffigurato Apollo che trionfa sul serpente Pitone: Apollo che troneggia come vincitore su un piccolo piedistallo, ai suoi piedi la carcassa del serpente Pitone, ucciso poco distante da Delfi, città riproposta sullo sfondo con un ricco repertorio con monumenti classicheggianti. Pitone era reo di aver terrorizzato la città sede deputata per gli oracoli della dea Pizia, protetta di Apollo e contemporaneamente di aver insidiato la madre Latona, quando era incinta del dio. (…)

Il pannello a destra è fra tutti il più compromesso; visibile una figura femminile in primo piano all’estrema sinistra colta in una posa scomposta, la gamba sinistra sollevata, la veste al vento, la testa rivolta indietro, tutto suggerisce una fuga precipitosa. Dietro di lei compare una figura maschile è assisa su un’alta gradinata con una grande ruota, probabile raffigurazione di un carro. Il soggetto rappresentato è narrato nelle metamorfosi di Ovidio (Libro I, vv.452-567), segue Apollo che trionfa sul serpente Pitone raffigurata nel pannello precedente, verosimilmente potrebbe essere identificato con l’episodio di Apollo e Dafne (…). Il ciclo di affreschi, sottolineando il ruolo di Apollo quale protettore dell’arte musicale – con un posto di rilievo consacrato anche a ruolo della poesia, tematizzata dall’introduzione dell’episodio di Dafne tramutata in lauro – conduce verso un’interpretazione delle esigenze della committenza, orientate a una celebrazione di queste nobili arti. In nessun riquadro compare infatti alcun accenno ad Apollo come protettore anche dell’arte medica.

Risulta a questo punto convincente la presenza contestuale a Villa Tiretta di Ortensio Tiretta, quale proponitore del ciclo, esponente dell’omonima famiglia originaria di Trebaseleghe, e fondatore negli anni intorno al 1545, con un membro della famiglia Azzoni Avogaro, di un’Accademia di Lettere, Musica ed esercizi di cavalleria a Treviso (Binotto 1996 pp.550).

Lo stato conservativo della partitura decorativa impedisce un’identificazione certa dell’autore dell’opera e ha probabilmente orientato la critica a ragionare maggiormente sulle strutture architettoniche, soffermandosi sulla questione cronologica relativamente alla fondazione della villa, la cui morfologia presenta tratti anticipatori delle soluzioni prospettate da Palladio (Chiovaro in Ville Venete: la Provincia di Treviso 2001 p.241; cfr. Corsi 1959-1969, pp.776-779).

Ciò che è indiscutibilmente ravvisabile nel modellato delle figure, di cui rimane il profondo solco a chiodo, è l’inconfutabile influenza romana nel plasticisimo accentuato e la consapevolezza dell’autore nella gestione proporzionata dei piani della raffigurazione. Tuttavia occorre anche tener presente che la distribuzione delle figure all’interno della stessa cornice architettonica dell’affresco e l’uso delle quinte architettoniche di sfondo nei grandi pannelli rettangolari, sono cifre caratteristiche dei frescati che si muovono nell’orbita veronesiana. Allo stato attuale degli studi, con particolare riguardo per quelli documentari non è possibile propendere per nessuna paternità certa.”

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Notizie Storiche

In questa sezione leggerete dei brani di studi e ricerche, particolarmente significativi per conoscere Villa Agostini Tiretta. L’architetto Giuliano Rizzi così descrive la Villa nel contesto storico e ambientale ai quali appartiene.

“Il complesso architettonico e ambientale è quello di una casa da villeggiatura (così denominata nel catasto napoleonico) databile fra la fine del 1400 ed il primo decennio del 1500.

Il nome dell’architetto è a tutt’oggi ignoto. La sua bravura viene però testimoniata dalla prepotente intuizione innovativa che gli fa concepire la sequenza architettonica di un unico fronte allineato dove la  “casa padronale” (corpo emergente su pianta quadrata) si allunga in simmetria nelle due barchesse a quattro arcate.

E’ la rottura dell’impianto a corte chiusa o semiaperta che dispone gli opifici funzionali alla conduzione agricola intorno all’aia; ed è la invenzione di una architettura che si fa cosciente di poter essere protagonista di un nuovo paesaggio in un ambiente che sta per essere avviato alla manomissione per una migliore fruizione ed una maggiore utilità.

Siamo agli inizi di quell’evento che nei secoli successivi continuerà ad invadere la campagna  con ingenti spostamenti finanziari provocando anche il succedersi di “prove” architettoniche, vera gara celebrativa di un’antica aristocrazia e di un’emergente classe imprenditoriale.

Il valore storico e testimoniale di Villa Tiretta-Agostini, rimasta pressoché intatta, viene accentuato dalla sua unicità nella vasta parte di territorio sud orientale fra il Montello e le risorgive.

La ricerca dell’arch. Rizzi prosegue, facendoci rivivere lo spirito dei protagonisti di questa splendida avventura.

“Ancora oggi il medesimo “complesso produttivo” è piantato in mezzo alla azienda agricola così come voluto dal committente ed interpretato dall’ignoto architetto forse ispiratore del Palladio di Villa Emo.

Essa, Villa Emo, è spesso citata come evento innovativo nella letteratura descrittiva della “Architettura di Villa”; ma se si valutano le date ed i luoghi è difficile non supporre che Palladio non abbia visto la già edificata Villa Tiretta, che proprio per il suo forte impatto innovativo doveva aver attirato su di sé non poco interesse.

Nel 1561 (almeno venti anni prima della progettazione di Villa Emo) si tiene un Processo dei Frati del Bosco con il Conte Tiretta per una concessione di presa d’acqua (bocaruol) dalla Brentella.

Palladio è uomo colto e curioso; ha quasi sicuramente occasione di andare a vedere la villa; piace immaginare che sia stato anche ospite del Conte Tiretta.

Palese il felice riferimento a Villa Agostini Tiretta: il corpo centrale rialzato di un piano; lo scalone di accesso; le barchesse allineate simmetricamente ai lati con le torri colombaie al termine. sono inconfondibili segni compositivi di impressionante similitudine.

Anche la Casa da Villeggiatura Tiretta, oggi Villa Agostini, aveva una torre colombaia edificata al termine della barchessa di ponente e ne rimane testimonianza nel disegno prospettico sulla mappa del 1720 redatta dall’agrimensore Zuanne Rizzi e nella perizia che accompagna l’atto di cessione agli Agostini.”

Villa Agostini Tiretta, seconda metà del XV secolo.


Villa Emo, 1558.

Villa Agostini Tiretta raffigurata con la sua torre colombaia, posta al termine della barchessa di ponente – Estratto della rilevazione Zuane Rizzi 1720.

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