Immagine tratta da Wikipedia “bachicoltura“.

L’allevamento dei bachi per la produzione dei bozzoli di seta, ha una lunga storia nella Contrada delle Colombere.

Le famiglie, nella prima settimana di maggio, acquistavano a Giavera del Montello dai sig.ri Bastianon e a Susegana, una quantità di bacolini grigi e nerastri, pesati in once, in questa zona chiamate onse.

L’onsa era un’antica misura di peso corrispondente alla 12^ parte della libbra, cioè 27 grammi. La quantità acquistata dipendeva dal numero dei componenti della famiglia in grado di allevare i bachi e dallo spazio disponibile per le fasi avanzate della lavorazione.

I bacolini, incartati nella cartapaglia, venivano portati a casa.

Istituto “Leonardo da Vinci” – Somma Lombardo – (Va)

Intanto le prime operazioni necessarie al loro allevamento erano iniziate: in cucina venivano predisposti i gardis, delle lettiere di legno, accatastate a castello, su cui venivano posati dei fogli di carta dove distribuire delicatamente i bacolini. La scelta della cucina assicurava una temperatura costante dell’allevamento, compresa tra i 18 e i 20 C°.

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Nelle campagne, lungo i fossi ed i confini poderali, iniziava la raccolta delle foglie di gelso e la loro preparazione in sottili striscioline, per alimentare il vorace insetto.

Per nutrire i bachi e tenerli puliti, circa ogni due giorni, si doveva schiaredarli, vale a dire disporli in maggiore spazio, utilizzando dei fogli di carta bucherellata da appoggiare sui bacolini, mentre sulla facciata superiore si mettevano le striscioline di foglia di gelso. A questo punto il cavalièr per mangiare, passava attraverso il foro, rimanendo sulla parte superiore del foglio, per essere spostato. Si procedeva alla pulizia della parte di lettiera lasciata libera, ottenendo in fine, una migliore disposizione dell’allevamento.

Più i bachi crescevano, più aumentava il loro appetito e più si faceva pressante il lavoro per accudirli. Fortunatamente lo sviluppo dei bachi non era uniforme poiché presentava quattro momenti di stasi nei quali si verificava la muta, cioè la perdita della pelle (tegumento), sostituita da una più capiente. I bachicoltori della zona dicevano che i cavalièr i dorme. Dormono per circa 24 ore, durante la 1^, 2^ , 3^ e 4^ muta.

In seguito a ciascuna metamorfosi, venivano alimentati con altre foglie di gelso, puliti i gardis, e riordinata la loro disposizione. Dalla 3^ muta i bachi venivano alimentati con foglie tagliate in maniera più grossolana, mentre mancavano 6, 7 giorni alla 4^ muta da cui iniziava la parte più affascinante ma anche la più faticosa del lavoro.

Le larve a questo punto del processo, venivano spostate sempre con i fogli di carta per posarle sulle frasche di gelso, queste ultime posate sulle lettiere.

Dopo qualche giorno, frasche e larva venivano raccolte in grandi teli e portate nella pertinenza di Villa Agostini. Il tutto veniva disposto sulle tavole del pavimento, a formare dei rettangoli larghi circa 1,20 m. per tutta la lunghezza degli stanzoni. I bachicoltori continuavano a nutrirli e costruivano sulle nuove lettiere ad intervalli regolari, delle scalette alte pochi centimetri, utilizzando dei tralci di vite. Di li a poco i bachi arrivati al 4° stadio, si spostavano sulle scalette, il cosiddetto bosco, per iniziare a filare.

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Con la bava emessa da un organo detto filiera posto sotto la bocca, cominciavano a filare il bozzolo bianco o giallo, morbido e di forma ovale in cui si verificava un vero prodigio della natura: la “metamorfosi” cioè la trasformazione della larva in crisalide. Per ottenere una produzione d’eccellenza, era necessario intervenire prima dell’uscita della farfalla dal bozzolo poiché, la secrezione rossastra emessa dall’insetto per aprirsi un varco, avrebbe irrimediabilmente macchiato la seta, diminuendone il valore commerciale.

D’altra parte l’allevatore cercava di rimandare il raccolto il più possibile perché nel frattempo la crisalide cresceva e con lei il peso del bozzolo e la possibilità di maggiori profitti. Il rischio era di rimanere con una nuvola di farfalle e le tasche vuote!

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La sbozzolatura impegnava tutta la comunità: si ritirava il bosco carico di bozzoli o gaete gialle e bianche. Venivano staccate dai rami e ripulite una a una. Per svolgere questa operazione, ogni famiglia utilizzava un’asse della lunghezza di più di un metro, munita di gancetti metallici, sui quali si impigliava e veniva avvolta la barba del bozzolo. Poi avveniva la selezione dividendo i reali e i doppioni, dalla qualità inferiore rappresentata dalle gaete macchiate e dalle falope. Ultimata questa operazione che poteva durare anche quattro giorni, il carico veniva inviato alle filande di Noale e Volpago.

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