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DDL MADIA, ADDIO TERRITORIO ITALIANO

Riprendiamo una notizia dello scorso agosto, forse passata in sordina, la tutela del paesaggio e dei beni storico artistici, potrebbe passare dalle Soprintendenze al potere esecutivo. “Il più grave attacco al sistema della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale mai perpetrato da un Governo della Repubblica – recitava il manifesto firmato da un gruppo di intellettuali tra cui Settis, Montanari, Stajano, Fo e sottoscritto da più di 23mila persone lo scorso luglio -. Anzi, l’attacco finale e definitivo”.

All’indomani dell’approvazione del decreto il mensile Altreconomia ha intervistato Tommaso Montanari, storico dell’Arte all’Università di Napoli. Che si dice “molto pessimista”.
Professor Montanari, perché il Ddl Madia rappresenta il “più grave attacco al sistema della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale mai perpetrato da un Governo della Repubblica italiana. Anzi, l’attacco finale e definitivo”?
Perché un potere tecnico (quello delle soprintendenze, una sorta di magistratura del territorio e del patrimonio) che rispondeva solo alla legge, alla scienza e alla coscienza da oggi confluisce nel potere esecutivo. Se il governo vuol fare un’autostrada in un bosco secolare o in un centro storico, lo chiede a qualcuno che è diretto dai prefetti: cioè sostanzialmente a se stesso. Addio territorio italiano. (…)

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NOSTALGIA DEI POLITICANTI?

In questi due mesi o poco più, da quando il Presidente Napolitano ha incaricato il prof. Monti di formare un Governo di tecnici per affrontare il difficile momento che il nostro Paese sta attraversando, si è fatto di più rispetto al poco che si è attuato da dieci anni a questa parte. Certo i tagli alla spesa pubblica sono dolorosi, soprattutto per una realtà economica che è cresciuta a tassi inferiori rispetto alla svalutazione, a redditi il cui incremento non ha tenuto il passo della media europea e alla disoccupazione giovanile, che trova l’unico paracadute nel risparmio e nelle pensioni dei genitori.

Decisioni impopolari anche rispetto alle liberalizzazioni, che avrebbero bisogno di tempo per essere introdotte gradualmente, in modo da bilanciare gli effetti tra coloro che hanno pagato una licenza commerciale solo qualche mese fa ed i loro colleghi, che hanno ampiamente ammortizzato il rispettivo investimento. Lo stesso vale per quelle generazioni di lavoratori che di colpo devono rimandare l’agognata pensione di quattro, cinque anni. Solo un Governo che non mira esclusivamente al consenso può prendere delle decisioni così gravi, com’ è il momento storico che stiamo vivendo. Ora, dovremmo averlo capito, il tempo è un lusso che non possiamo permetterci.

Una gestione sconsiderata ci ha portato sull’orlo del baratro, una crisi che interessa tutti i settori della società, non solo economica-finanziaria,  che pagheranno anche le future generazioni. I giovani di oggi e di domani devono ringraziare lo scarso livello dei nostri politici, le loro tattiche volte a creare un livello di litigiosità insopportabile, soprattutto perché utile a giustificare l’inefficienza, l’inerzia dell’azione pubblica. Al netto delle ideologie e del colore politico, si sono difese le rispettive posizioni consociative, in un orizzonte angusto, di brevissimo termine al solo scopo di ottenere voti in cambio di favori: “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” Andreotti dixit.

Il senso di appartenenza alla comunità ci impone di accettare nuovi e pesanti sacrifici, per mettere in sesto lo Stato. Dispiace che l’onere pesi su tanti cittadini che hanno sempre pagato. Ma questo senso civico, questo attaccamento allo Stato inteso come Casa comune, non deve essere tradito. Se abbiamo una ragionevole sicurezza che queste risorse saranno amministrate saggiamente, nell’emergenza, cosa succederà dopo, quando torneranno i politici?

La risposta dipende da noi cittadini, se vi sarà in questo periodo una riflessione generale sui doveri e i diritti di ciascuno, sulle regole che vanno rispettate da tutti, sul rigore e l’etica dei comportamenti individuali. Il rinascimento culturale e morale del singolo, ci porrà nella situazione di poter esigere una corretta gestione dello Stato. L’amministratore che nuoce per colpa o dolo lo mandiamo a casa immediatamente. Chi ruba, commette gravi errori, inquina, deturpa, deve pagare!   

La competizione su scala mondiale, una sorta di guerra economica che si combatte in tutti i settori, a partire dal lavoro dipendente, all’ impresa,  non si concilia con una classe politica impreparata e incapace di prendersi le proprie responsabilità. Non si governa più con il buon senso, ammesso che ce ne fosse nella seconda Repubblica, ma con competenze di alto profilo.

Gli assi nella manica dell’Italia sono la cultura, la bellezza e i beni culturali che, non dovranno più essere affidati ad incompetenti disonesti. Non si possono dimezzare i fondi stanziati per la cultura, ma non alle clientele, non possono essere sempre meno laureati, sempre meno colti chi gestisce le nostre ricchezze, come denunciano Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel loro libro-inchiesta  “Vandali. L’assalto alle Bellezze d’Italia”.

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